CAPITANI CORAGGIOSI. ANTONIO COLOMBO: «CICLISMO E ARTE, LA MIA VITA È STATA SEMPRE CONTROVENTO». GALLERY

TUTTOBICI | 02/04/2025 | 08:20
di Pier Augusto Stagi

Davanti ho un’installazione artistica, alle mie spalle un cortile che ho appena attraversato e mi ha ricondotto in poco più di cento passi con la memoria a quasi quarant’anni fa. Poco prima ho varcato un cancello automatico, che si è aperto davanti a me alla periferia est di Mi­lano. Qui in via Pestagalli 31, dove per anni c’è stata l’unità produttiva della Columbus e oggi sta per prendere for­ma, anche se una forma c’è la già, il “Co­lombo’s Archive”.


Davanti a me Antonio Colombo, 75 an­ni da compiere il prossimo 5 agosto, per anni “Capitano Coraggioso” alla guida della Gruppo, la mamma di Co­lumbus e Cinelli, imprenditore visionario, capace di coniugare l’industria con il design e l’arte, rendendo tutto unico, bello, omogeneo e desiderabile.
Davanti a noi un’installazione artistica, un muro - “the wall” - di ciò che è stato e di ciò che sarà. Una parete di oggetti della Columbus che hanno scritto la storia del design italiano dagli anni Tren­ta e che ancora oggi qualcosa di­cono, perché ciò che è stato e detto re­sta inevitabilmente per sempre, per lasciarsi raccontare.


«È un archivio vivo e in divenire. Ba­date bene, non è un museo, perché quello è solo un raccoglitore di polvere - mi dice con i suoi modi pacati da gran signore quale è e con quegli occhi che scrutano il mondo con la curiosità di­vertita e sognante di sempre -. Vuole essere un luogo di incontro, uno spazio da vivere e vivo, circondati da una storia che ci appartiene, che mi appartiene, che merita di essere vista e rivista, unico modo per sollecitare il nuovo e la nostra creatività».

Com’è stata la sua infanzia?
«Bella? Sì, diciamo bella. Anche se in ca­sa mia non sono mai mancate le tensioni e le turbolenze, ma quando si è bimbi tutto sembra scorrerci sulla pel­le, poi qualcosa però ci resta addosso. Papà Angelo Luigi, classe 1892, era fi­glio di operai, lui per anni ha lavorato co­me impiegato alla Stabilimenti Me­tal­lurgici Spadaccini di Milano, fino a quando nel 1919 con un suo collega, Ma­rio Stabilini, decise di aprire la A.L. Colombo. I due andarono avanti di co­mune accordo fino al 1922, poi papà li­quidò il suo socio e proseguì da solo. Uomo lungimirante e capace, uomo soprattutto di carattere, nel senso che si faceva come voleva lui. Erano anni fatti così e così l’abbiamo preso. Io so­no figlio per così dire di secondo letto, come mia sorella Rosa Paola. Pa­pà si sposò in prime nozze con Emilia Gravé, con la quale ebbe Gil­berto e Mariantonietta. Il loro rapporto diciamo che non fu dei più sereni. Poi si spo­sò con Tersilia Fogliata, mia mam­ma. Sono cresciuto a Milano, in via Teodosio. Le elementari al Leo­nardo da Vinci, le medie alla Quintino di Vona zona Loreto. Le superiori al Gio­sué Carducci, dove era passato anche il bel René, Renato Vallanzasca. Anni caldi, torridi di contestazione, partecipo all’occupazione del Parini. Sono anni così e così sono anch’io. Sono un’anima ribelle e inquieta, che vorrebbe fare architettura, ma “lo sventurato rispose” e si adeguò al volere della fa­miglia: ecco la Bocconi. Farò di testa mia. Due mesi, non di più. Nella testa ho altro, nel mondo c’è molto di più. Passo a scienze politiche: con un libello dal titolo “Stato e Rivoluzione” di Vladimir Lenin, di un centinaio di pa­gine, ci faccio tre esami, con voto di gruppo e politico. Passo a giurisprudenza: lì metto la testa a posto, ar­rivo a due esami e la tesi dalla laurea, ma già sono entrato in azienda (1971, ndr) e alla fine mi appassiono, anche perché il primo lavoro che mi viene af­fidato è il record dell’ora di Eddy Merckx a Città del Messico. Trattare con Ernesto Col­na­go per me è stato come sostenere un master. Merckx ha un accordo con Reynolds, grazie al maestro di Cam­biago porto a casa l’intesa. Lavoriamo al record con grande passione, la storia la conoscete tutti. Quel che non sapete è che Cino Cinelli, ex corridore professionista, grande ami­co di mio padre e figura principe del ciclismo italiano, fondatore del pri­mo sindacato dei corridori professionisti, era oltre che costruttore di biciclette un grande uomo d’affari. Era il distributore dei più im­portanti marchi italiani sul mercato mondiale, compreso la Columbus di cui era esclusivista mondiale. Fui io a rompere questo ma­trimonio. Perché deve essere il solo a distribuire i nostri prodotti sul mercato? Lo chiedo a mio padre, che fatica a rispondere. Ero un capellone - come Cino mi chiamava - ero molto sessantottino, ma non ero tonto. Per due anni ho pagato regolarmente le royalties a Cino Cinelli pur di liberarmi di quelle catene e da un rapporto conflittuale, poi nacque un rapporto di grande sti­ma e amicizia, tanto è vero che nel 1977 mi chiese se mi sarebbe piaciuto portare avanti la sua azienda. Ci pensai e accettai: il marchio Cinelli è sempre stato qualcosa di assolutamente prezioso e all’avanguardia. Pochi pezzi ma fatti come si deve. Un marchio da in­tenditori, per gente che sapeva distinguere la qualità e la cura dei particolari. A 27 anni mi ritrovai a gestire la Columbus e la Cinelli. Il segreto è sempre uno: scegliersi i collaboratori giusti. E io non faccio altro che prendere Gabella e metterlo su Cinelli e Gius­sani su Columbus. La casa? Qui, esattamente dove ci troviamo ora, dopo un lungo viaggio, in via Pestagalli 31».

Gli anni Ottanta sono anni felici, di grande progettualità e successo.
«Nasce la Laser, progettata nel 1981 da Andrea Pesenti. Un prodotto storico del design e del Ma­de in Italy, un progetto innovativo e vincente della storia del ciclismo e della bicicletta. Una vera icona del design, che vince anche il Compasso d’Oro nel 1991».

Poi arriva il Rampichino…
«Una vera e propria pietra miliare. La prima mountain bike prodotta in Eu­ropa e poi ancora la Bootleg, bicicletta che ha precorso sia il cicloturismo che il movimento culturale strettamente connesso alle bici a scatto fisso. Io ho sempre sostenuto che la Cinelli abbia accompagnato la storia di diverse generazioni, in una sorta di “nevereding story”, dove il ciclismo assume il ruolo di un vero e proprio contenitore sociale».

Lei ha portato la mountainbike in Italia, ma c’è chi rivendica la primogenitura, co­me Mario Rossin e Domenico Garbelli.
«Non mi sono mai posto l’obiettivo di essere un precursore, ma innovatore. Sono interessato alle cose del mondo. Io sono un osservatore, che intuisce possibilità e le porge al mondo in mo­do personale. Una cosa è certa: il nome Rampichino - di cui vado orgoglioso - è mio. E l’ho proposto a modo mio. Se dicono che sono io ad aver importato dagli States questa nuova bicicletta si­gnifica che l’ho proposta nel modo più corretto e convincente».

Lei ha l’arte di intercettare nuove tendenze.
«Le mie conoscenze artistiche, che spaziano da Keith Haring a Futura a Barry McGee solo per citarne alcuni, mi han­no aperto molte porte che sarebbero state precluse ad altri. Se la Street art ha offerto la possibilità di fruire spazi abbandonati e anonimi da affrescare come una volta si affrescavano le chiese, la bicicletta per me è un perimetro, un territorio da colorare e stravolgere. Cito me stesso: quando penso alla bicicletta io vedo un contenitore da riempire di simboli».

Lei è stato anche un grande formatore di manager…
«Non so se sono stato un formatore, cre­do di aver fatto respirare un’aria non convenzionale, una certa atmosfera bizzarro-creativa e di possibilità. Ho avuto la fortuna di intercettare gente di talento come Paolo Erzegovesi (Co­lum­bus e Cinelli), An­gelo Caccia (Cam­pagnolo e Wilier), Claudio Marra (FSA), Ermanno Leonardi (Spe­cia­lized), i già citati Gabella e Giussani, piuttosto del prematuramente scomparso Pancrazio Cen­tola (3t), Lu­cia­no Fusarpoli (Pi­narel­lo), Walter De Luca (Gore, Q36.5): non sono stato bravo a trattenerli, forse perché chiedevo loro co­se che non erano nel­le loro corde. Quello che non sapevano fare per me, inguaribile Vergine perfezionista, diventava la cosa più importante, quando invece era quello che sapevano fare la cosa che contava di più. Lì ho chiaramente sbagliato».

Provi a dare una definizione di sé stesso.
«Un rompiballe? Forse. Sicuramente un “industriale pentito”. Penso di averlo fatto discretamente bene e con importanti risultati, ma non è un mistero che io abbia sempre avuto una spiccata propensione per l’arte e il design. Ai grafici di bilancio ho sempre anteposto i segni. Per mille motivi mi trovai a gestire una difficile eredità nell’epoca delle Brigate Rosse. Presi in ma­no le redini di un’azienda metalmeccanica in uno dei momenti più drammatici della storia italiana, quelli segnati dal terrorismo».

Si riconosce forte di una dote?
«Il fatto stesso di non essermi mai dato per vinto, di aver cercato di abbinare l’attività di imprenditore anomalo che ha uno sguardo sul mondo dell’arte mi induce a pensare che sono tipo con la testa dura. Il fatto di essersi reinventati grazie anche alla bici a scatto fisso, do­ve vedevo non tanto una moda quanto una nuova modalità di competizione, è un altro passo della mia storia. Tutto que­sto mi porta a pensare che tra le qualità che mi appartengono ci sia senza dubbio la resistenza».

Quando è nata dentro di lei la passione per l’arte?
«C’è sempre stata, fin da piccolo. Fin da ragazzino. Ho sempre frequentato musei e mostre. Quando e come ho incominciato? Con il rock. Le copertine dei dischi erano dei libri d’arte. “Axis: bold as Love” di Jimi Hendrix; “Love you live” dei Rolling Stones firmata da Andy Warhol; “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles, realizzata da Richard Hamilton. È sta­to un universo visivo che ha rotto gli schemi con la tradizione. Da lì ho risalito la storia, per cercare di capire perché uno fa una cosa in un modo e uno in un altro, fino a scoprire l’arte antica, il design e la contemporaneità. O i de­signer che avevano portato un contenuto artistico nella quotidianità, ad incominciare dal mai ricordato a sufficienza Alessandro Mendini. Forse anche la scoperta delle origini di Columbus, quello che vede qui, ha influito nella mia formazione, perché mio padre ne­gli Anni Trenta e Quaranta ha collaborato con i più grandi designer».

C’è un autore che per lei è un punto fermo e sintesi della sua passione? L’artista per eccellenza?
«Nel design Ales­san­dro Mendini e chiaramente il mondo che ruotava attorno a lui, lo Studio Al­chy­mia. Alessandro mi ha fatto scoprire il colore e la fantasia, difatti ho collaborato molto con lui e con Alchymia. Poi sono stato amico di tanti, con Mario Schi­fano ho vissuto una passione enorme. Però non posso fare una classifica: gli artisti sono tutti bravi, quelli bravi. Se devo andare oltre al giudizio della bravura, forse metto solo Schifano, che metteva sudore e sangue. E poi, avendo lui una passione per il ciclismo, che l’ha portato a fare le maglie del Tour e della Tirreno, ha toccato certe corde del mio cuore e della mia sensibilità che nessun altro artista ha potuto toccare. La nostra amicizia con Maurizio Castelli ha fatto in modo di andare a costituire una trimurti amicale che ha segnato la mia esistenza in maniera as­soluta. Maurizio Castelli e io eravamo due briganti. Con lui ho fatto per un an­no anche l’editore di Ciclismo d’I­ta­lia, settimanale diretto da Enrico Ma­gat­ti, un giornale alternativo a Tutto­ci­clismo, organo ufficiale della Federa­zio­ne Ci­clista Italiana. È stato un bagno di sangue, ma quanto ci siamo divertiti...».

Un suo dispiacere?
«In assoluto di aver fatto decine di migliaia di prodotti e non averne mai firmato uno. Dico migliaia perché oltre a quelli di Columbus e Cinelli, metto anche per un po’ il maglificio Castelli. Il Rampichino è un mio nome, che identifica una cosa ben precisa, e non l’ho mai firmato. Poi ho un altro di­spiacere…».

Dica.
«Gli spinaci, protagonisti di una storia che poteva avere un finale migliore, ma il mio desiderio di ribellione è venuto fuori anche in quell’occasione. Se si ri­corda quando facemmo ricorso all’Uci che li ritenne pericolosi, usammo come immagine il simbolo di “Lotta Con­tinua”: un pugno chiuso che stringeva gli spinaci. La scritta era chiara: “Le­galize Spinaci”. Invasi tutti i giornali d’Italia: non fu una buona scelta, ma io sono fatto così. Sbagliai a non fare una lobby tranquilla, ma il mio animo è chiaro a tutti e ognuno di noi è quello che è. L’idea era bellissima, per tre anni ne abbiamo venduti una montagna, poi l’Uci li rese illegali, li proibì, per me non fu solo un colpo al cuore, ma un colpo ad un’azienda che aveva appena investito in una nuova se­de, quella di Caleppio di Settala, alle porte di Milano».

C’è una cosa che avrebbe voluto fare e non ha fatto?
«Una squadra di ciclismo. Mi sarebbe piaciuto farla, ma a modo mio, con una filosofia mia, molto rock: nello stile, nell’abbigliamento, nelle macchine. Che si potesse esprimere con modi, stili e qualità rock-blues, con John Be­lushi come presidente onorario».

Si è pentito d’aver venduto la Gruppo nel 2021 ad Asobi Ventures, fondo di investimento riconducibile al manager della mo­da texano Victor Luis?
«Le rispondo così, con una risposta aperta, che io per esigenze personali chiudo: No, ma…».

Campione del cuore?
«Felice Gimondi».

La canzone del cuore?
«“All Along The Watchtower”, di Bob Dylan».

Film.
«C’era una volta in America».

Attore.
«Robert De Niro e Alberto Sordi: non riesco a staccarmi da un film di Sordi, anche quelli brutti».

Attrice.
«Monica Vitti».

Colore.
«Arancione».

Fiore.
«Anemone».

Cosa la manda in bestia?
«Quelli che urlano al ristorante. E poi ho un decalogo che negli anni ho distribuito ai miei più stretti collaboratori fat­to di parole bandite: “fil rouge”, tut­ti gli avverbi che finiscono in “mente”, come assolutamente, certamente. Non sopporto chi dice “agenda fluida”. Ma recentemente non sopporto il trumpismo. Brutta cosa».

Goloso di…
«Cheesecake. La visualizzazione di me a New York con un caffè lungo e una cheesecake mi piace un sacco».

Lei è il classico ciclista che pedala per mangiare?
«Esattamente. La ricerca della trattoria più buona è una delle mie tante passioni. Se posso fermarmi dopo una cinquantina di chilometri per appagare an­che i piaceri del palato, dopo aver rigenerato mente e occhi, sono il più felice del mondo. Oggi trascorro molto del mio tempo libero a Ranco, sul lago Maggiore, con mia moglie Alessandra “Titti” Cusatelli: quello è il nostro “buen retiro”, anche se il nostro mondo resta il mondo».

La curiosità è maschio o femmina?
«La curiosità è fluida, fluidissima».

Cosa sarà il “Colombo’s Archivie”.
«Sarà un luogo a rendere: ci restituirà ciò che è stato, mettendo in moto pensieri e azioni di quello che potrà essere. Un luogo vivo, dove fare eventi e incontri, ridere di ciò che si è fatto con passione, senza piangere, nemmeno quando ce ne sarebbe ragione».

Lei recentemente ha pianto.
«Ho perso Luca Beatrice, un grande amico, un grande critico d’arte nonché un immenso uomo di cultura in senso assoluto, con il quale ho diviso tantissime passioni, ad incominciare dalla mu­sica rock. Con lui ho fatto tanto, con lui al mio fianco avrei fatto molto di più. Sì, per lui ho anche pianto».

Le luci al neon del “muro” si spengono. L’archivio Colombo è ancora una sorta di grande magazzino, ma è già di una bellezza struggente.

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