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Il cognome è inadatto: Bui, un paradosso per uno chiaro, trasparente, solare come lui. Invece il nome è profetico: Idrio, perfetto per chi, nella sua vita da corridore, professionista dalla fine del 1957 al 1964, avrebbe fatto il gregario fermandosi alle fontane, assalendo i camion, portando borracce, rifornendo acqua.
Idrio Bui ha 86 anni invidiabili: non solo perché cammina diritto, ragiona svelto e ricorda tutto, ma perché ha ancora la forza di amare, il coraggio di appassionarsi, il privilegio di guardare al presente, se non al futuro, con fiducia, ottimismo e, soprattutto, gratitudine. “Vengo dalla povertà – ripete come in un mantra –, e tutto quello che è venuto, è stato come un regalo”. Così da definire “casina d’oro” la sua abitazione a Sinalunga, nell’Aretino.
Il nome: “Cinque sorelle e tre fratelli, totale otto. La prima della serie fu battezzata Idris. Poi vennero Idriana, Idria e io, il primo maschio, Idrio. Poi arrivarono Iva, Ivo e Impero. Per l’ultimo fu scelto il nome, anzi, il cognome di un primo: Brunero, che vinse il Giro d’Italia nel 1921, 1922 e 1926. Grazie al ciclismo, e grazie alle mie gambe, chi bene chi meno bene, i miei fratelli e le mie sorelle li ho sistemati tutti”.
La bicicletta: “Mio padre faceva il fornaciaio e anch’io cominciai a lavorare da fornaciaio, alle fornaci, e quel poco che guadagnavo lo davo in casa. La mia prima bici era quella di mia madre, da donna. Per trasformarla da uomo, perché da donna me ne vergognavo, misi un’assicella tra manubrio e sella. E con quella bici sfidavo i miei amici. E li battevo. La mia seconda bici fu quella di un corridore locale, Mario Ravagni, di cui ero tifoso, e che andava così forte che tutti lo chiamavamo ‘Bottecchia’. Con quella bici andavo da casa al lavoro e dal lavoro a casa: quattro chilometri ad andare e quattro a tornare, il mio primo allenamento”.
Le corse: “Piccolo e leggero, andavo bene in salita. Vincevo da allievo, vincevo da dilettante, provai a correre, da indipendente, tra i professionisti, al Giro dell’Appennino del 1957. Mi dissi: se va bene, bene, e se va male, smetto. Avevo venticinque anni: era tempo di scegliere. Strada facendo, mi feci notare sulle salite. E lì ce ne sono parecchie. All’arrivo, mentre mi lavavo a una fontanella, Ettore Milano mi disse che Fausto Coppi voleva parlarmi. Era in un albergo e mi aspettava. Io non ci potevo credere. Andai nell’albergo, ma il portiere non voleva farmi entrare. Per mia fortuna c’era Ettore Milano, che gli spiegò la situazione. Andai da Coppi e lui mi chiese se volevo correre nella Ghigi-Coppi per il 1958: trentamila lire al mese, la paga di un operaio, per dieci mesi, perché i due mesi che non si correva non erano pagati, però almeno nelle trasferte ero spesato. Accettai al volo”.
Coppi, ma anche Bartali: “Smesso di correre, aprii un negozio di ferramenta. Anni più tardi Gino mi spedì una cartolina in cui aveva scritto: ‘All’amico Idrio, che se avesse voluto sarebbe diventato un grande campione, è invece è diventato un cacciavite’. E cacciavite, in gergo ciclistico, significa scarso. Bartali era un sant’uomo, ma diceva una bugia. Quella della borraccia. Che l’aveva data lui a Coppi. La verità me la rivelò Alfredo Binda, che in quel Tour de France era il commissario tecnico della squadra italiana. Li seguiva da vicino, in macchina, e confermò che era stato Coppi a dare la borraccia a Bartali, cui si seccava la gola per il gran caldo. E se si guarda la fotografia, non può che essere così: chi dà la borraccia, lo può fare anche senza guardare. Come fece Coppi”.
E Jacques Anquetil: “Un giorno, in corsa, gli allungai una borraccia d’acqua anche se non era della mia squadra. La sera un suo gregario mi portò centomila lire. Un’enormità”.
E gli altri: “Guardo le vecchie foto del ciclismo. Le partenze, gli arrivi, le squadre, i corridori. Quello è Cleto Maule, quello è Gastone Nencini, quello è Miguel Poblet, quello è Vito Taccone. Ma sono tutti morti. O quasi”.
Impareggiabile, imbattibile, insuperabile. Tonico, minerale, idrico. Idrio. Idrio Bui.
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