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Trecento chilometri, da Piacenza a Rimini, sola andata. La via Emilia, la statale 9, la route 77. Un uomo solo in bicicletta, e c’è da scommetterci, con il cappello.
E’ il 1941, piena Seconda guerra mondiale. Giovanni Guareschi cavalca una bici per raccontare la sua terra e la sua gente, alla sua maniera, scanzonata e allegra, divertita e divertente: “A Fombio una donna matura e con due gran baffi, che pedala su una bicicletta da corsa, mi sghignazza in faccia. E questo mi secca perché io non ho sghignazzato vedendo una donna matura e con gran baffi pedalare su una bicicletta da corsa”, “E’ triste ma deve essere proprio così: se il mio giovane fratello si mette i calzoncini corti, la gente dice: Ecco un giovanetto in tenuta sportiva. Ma, invece, me li metto io, la gente urla: Ecco un uomo in mutande!”.
“Route 77 – In bicicletta lungo la via Emilia” è una delle sezioni del secondo Busseto Festival Guareschi, a Busseto (Parma), fino all’8 dicembre. La mostra, ideata da Egidio Bandini, direttore del Festival e presidente del Gruppo Amici di Giovannino Guareschi, è ospitata nelle sale dell’Accademia, nel Municipio di Busseto, sabato e domenica, ore 10-12.30 e 16-19, ingresso libero.
Pedalava, Guareschi. Pedalava su una Dei del 1940, dodici-tredici chili: “Un vecchio arnese, ha il telaio alto, la forcella rigida e stecchita che fa quasi tutt’una linea col cannotto dello sterzo, un freno solo, ad asta, sulla ruota davanti e i cerchioni di 28”. L’aveva trovata in solaio: “Sfasciata e arrugginita, con le gomme così secche e screpolate che a toccarle si staccavano a pezzetti”. La restaurò, la resuscitò, la rimise in strada. E lì ascoltava, si ispirava, scriveva: “Chi non pratichi la nobile arte del pedalare non immagina neppure quante idee singolari vengano viaggiando in bicicletta”. Ma anche: “La prima di ogni mattina – quando appena desti si pensa con disgusto al sellino della bicicletta – è quella di stare a letto fino a mezzogiorno e poi di prendere il treno”.
Pedalavano, i suoi Don Camillo e Peppone. Don Camillo, tonaca svolazzante, su una bici nera, freni a bacchetta e tubo obliquo tipo donna, e Peppone, valigia piatta sul portapacchi anteriore, freni a bacchetta e tubo orizzontale tipo uomo. “Questo è il mondo piccolo: strade lunghe e dritte, case piccole pitturate di rosso, di giallo e blu oltremare, sperdute in mezzo ai filari di viti”, “Qui il cielo è spesso di un bell’azzurro, salvo nella stagione men buona, in cui si levano fittissime nebbie”, “Il suolo è la parte più gentile, arenoso e fresco, alquanto forte a monte e talora schiettamente argilloso”.
E’ la vita che va a pedali. “Io da giovane facevo il cronista in un giornale e andavo in giro tutto il giorno in bicicletta per trovare dei fatti da raccontare. Poi conobbi una ragazza, e allora passavo le giornate pensando a come si sarebbe comportata quella ragazza se io fossi diventato imperatore del Messico o se fossi morto. E alla sera, riempivo la mia pagina inventando i fatti di cronaca, e questi fatti piacevano parecchio alla gente perché erano più verosimili di quelli veri. Io, nel mio vocabolario, avrò sì e no duecento parole, e son le stesse che usavo per raccontare l’avventura del vecchio travolto da un ciclista o quella della massaia che, sbucciando le patate, ci rimetteva un polpastrello”.