LA PRIMA DELLE CICLISTE AFGANE E' IN SALVO: ECCO LA LORO STORIA

ESCLUSIVO | 26/08/2021 | 07:43
di Francesca Monzone

Il viaggio delle cicliste afgane verso la libertà è iniziato e la prima di queste straordinarie ragazze è arrivata sana e salva a destinazione. Sono stati gli USA a far imbarcare questa ragazza che di anni ne ha solo 25 anni. Da Herat è partita per atterrare in Virginia, dove comincerà la sua nuova vita, ma sempre con il desiderio di tornare un giorno dove è nata.


Il suo è stato un viaggio difficile pieno di pericoli e soste, perché l’Afghanistan è un Paese dove si muore e se poi sei nata donna le probabilità di finire a terra aumentano notevolmente. Il nome di questa ragazza, che nella vita voleva studiare e correre con la bici, per motivi di sicurezza non verrà rivelato, perché in Afghanistan c’è ancora tutta la sua famiglia, che si è macchiata adesso del peccato di avere una figlia fuggita in Occidente.


Il viaggio per lei è iniziato a Herat e tra le varie strade percorse nascondendosi, c’è stato l’arrivo in Qatar, in uno dei campi allestiti per ospitare i profughi afgani. Il suo è stato un viaggio straordinario, illuminato da una stella chiamata speranza, perché è questo il sentimento che spinge queste ragazze a percorrere tantissimi chilometri, da sole o in piccoli gruppi, cambiando continuamente posto per passare la notte e non essere intercettate.

Sono donne giovanissime la cui età va dai 15 ai 35 anni e tra loro c’è anche una giovane mamma, che sogna per la figlia un mondo senza guerra, dove le bambine hanno lo stesso diritto di studiare e fare sport come i bambini. La nostra ciclista ha impiegato 5 giorni per salire su un aereo, perché dopo l’arrivo a Kabul è andata in un campo americano in Qatar.

«Ho impiegato molti giorni per salire su un aereo questa è stata la mia grande opportunità, ma so che per molti non sarà così». Lei in Virginia ancora non si rende conto di quello che accadrà nei prossimi giorni, è stanca e la sua famiglia è lontana.

«La parte più difficile del viaggio è stato il percorso finale verso l’aeroporto. Tante persone tornano indietro e sappiamo che si può morire. Ricorderò per sempre quando sono arrivata ai cancelli. Era di sabato e c’erano i militari americani e un talebano ma io mi sono salvata perché il mio nome era sulla lista delle persone che avevano il posto su un aereo».

Due giorni a Kabul e poi altri due giorni nel campo in Qatar, poi il volo e il transito in Europa, perché prima di varcare l’oceano, il suo volo è arrivato in Germania dove ha sostato qualche ora. Un aereo strano il suo perché c’erano attori, musicisti , cantanti e giornalisti, un grande circo fatto di persone in fuga dall’Afghanistan e alla ricerca di una speranza di vita. L’arrivo è stato a Washington e poi il trasferimento in Virginia, con un cuore colmo di dolore, da qui la sua vita ricomincerà. «So di essere stata fortunata ma sono preoccupata per la mia famiglia che non potrà raggiungermi. Loro non hanno nessun contatto e quindi non c’è un aereo per loro e non hanno questa mia stessa opportunità».

Le ragazze del ciclismo afghano, come in una prova contro il tempo hanno viaggiato di notte e il giorno sono rimaste nascoste, senza spostarsi. Due delle nostre eroine erano nascoste in un hotel, quando sono state raggiunte dai talebani e spinte a forza in una stanza, ma sono riuscite a fuggire e sulla strada verso Kabul i loro occhi hanno visto solo la paura e la desolazione e i cadaveri abbandonati a terra.

Un piccolo gruppo formato da alcune delle nostre atlete due giorni fa aveva provato ad andare in aeroporto, perché i loro nomi erano in quell’elenco messo in piedi dalla Unione Ciclistica Internazionale, che per prima ha coordinato i vari Paesi e ha aperto dei tavoli diplomatici, in cui ad ogni Nazione, attraverso la propria federazione ciclistica, è stata richiesta la partecipazione, garantendo un certo numero di posti sugli aerei a queste ragazze.

Anche l’Italia ha avuto un ruolo importante in questa vicenda, perché la storia delle cicliste afgane nel nostro Paese ha iniziato a circolare nel 2016 e nel 2019, proprio una giornalista italiana aveva chiesto aiuto all’UCI per far avere alle ragazze dell’Afghanistan delle biciclette, perché le loro erano vecchie e mal messe. In questa vicenda l’Italia è anche quella delle emblematiche immagini del nostro console a Kabul che porta in salvo i bambini, così come importante è stato ed è il lavoro del Ministero degli Esteri, con il Ministero della Difesa e dello Sport e dei nostri incredibili soldati. Tre enti, i nostri, senza i quali le ragazze afgane non avrebbero trovato garanzie, così come l’impegno della Federciclismo, che attraverso il presidente Dagnoni e il segretario generale Tolu, sono stati il ponte solido che ha legato l’UCI ai ministeri italiani.

Le ragazze sono in viaggio, alcune sono già al sicuro, altre lo saranno, ma c’è anche chi ha deciso di non proseguire il proprio viaggio e di rimanere in Afghanistan. Questa è la storia di un’altra delle nostre ragazze, una di quelle più brave a correre in bici, che con orgoglio porta con se’ le foto di quando con una bici di alluminio e anche un po’ grande del dovuto, era più veloce delle altre. Le sue foto sono solari come il suo sorriso, oggi nascosto sotto un burka. Lei era una delle ragazze che si era fatta coraggio, cercando di arrivare di notte in aeroporto. Il suo viaggio è stato un inferno, costretta a passare ore dentro acqua gelida. Una notte da film del terrore, dove le donne sono state costrette ad entrare dentro acqua putrida, che ha rovinato anche quel poco cibo che avevano portato. Alcune sono state spinte sul filo spinato e adesso sul loro corpo ci sono ulteriori segni di sofferenza. La nostra amica, troppo stanca per continuare il suo viaggio, ha deciso di fermarsi. Il suo sorriso però rimane negli occhi e nel cuore di chi l’ha conosciuta senza quel velo, che adesso le copre quel dolce viso. Nelle sue parole di saluto c’è la sofferenza, la delusione, ma la speranza per chi quel viaggio ha deciso di continuarlo. Le sue sono parole dedicate a quelle persone straniere che la volevano aiutare e che nella notte di Kabul risuonano come un canto di conforto, che mai si potrà dimenticare: «Io credo in te e so che potrai salvare le nostre ragazze con i loro sogni preziosi, che Dio ti benedica nostra gentile sorella».

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