
Caro Direttore,
il Tour de France è finito da alcuni giorni e, dopo averlo seguito con una certa attenzione, mi permetto di inviarti qualche considerazione dettata non tanto dalla conoscenza diretta della corsa (ne ho disputati diciotto ma c’è chi ne ha fatti molti più di me), ma dalla passione che mi lega da sempre al ciclismo.
Ritengo sia stato uno dei più bei Tour degli ultimi anni. Una serie di circostanze, la caduta di Froome al Dauphiné Libéré e la non partecipazione di Dumoulin lo hanno reso sicuramente più aperto e battagliato. L’intuizione degli organizzatori nel disegnare le tappe ha fatto il resto. Come sempre i nostri cugini (perché poi cugini, non l’ho mai capito) transalpini sono riusciti a creare un evento di grande interesse. Ciliegina sulla torta, l’attraversamento del Louvre nell’ultima tappa. In Italia, lasciamelo dire, abbiamo ancora un po’ da imparare.
A parte un paio di tappe, che potremmo definire noiose, c’è sempre stato un gran movimento e questo nonostante le tanto criticate (da chi non ha mai gestito una gara dall’ammiraglia) radioline ricetrasmittenti. Quando la manifestazione è di livello, lo spettacolo è assicurato.
I risultati dei nostri corridori non sono stati eccezionali ma per la verità, con qualche eccezione, non lo sono stati neanche in passato. Meritata la vittoria di Viviani e sfortunato Ciccone. Bella qualche azione da parte dei vari Caruso, Trentin e via elencando. Premiata la tenacia e la generosità di Nibali. Qualcuno ha avuto da dire che in fin dei conti ha vinto una tappa di 60 chilometri. Tranquilli, al Tour non sarebbe facile vincere, nemmeno se ci fossero tappe anche di soli 10.
E veniamo a Bernal. Sicuramente un ottimo corridore, con un futuro assicurato. Misurato, calmo e più maturo dei suoi 22 anni. Forte in salita e bravo in discesa; sa mantenere le posizioni in gruppo, ma deve migliorarsi un po’ nelle cronometro, ma se le distanze delle prove contro il tempo saranno quelle viste quest’anno, anche li non avrà problemi. Dietro a lui c’è tanta Italia ed è questo che mi lascia un po’ perplesso. Il procuratore, lo scopritore, gli amici, la squadra che lo fa debuttare nel mondo professionistico. Mi chiedo: ma siamo sicuri che in Italia di Bernal non ne abbiamo? Non è che per caso ci concentriamo sui ragazzi stranieri e lasciamo perdere i nostri? Oppure: i nostri ragazzi hanno ancora voglia di fare fatica? Non saranno troppo coccolati da squadre giovanili meglio organizzate di quelle professionistiche? La ricerca smisurata del risultato nelle categorie giovanili non può rivelarsi controproducente per la continuità di una carriera?
Con affetto
Gianluigi Stanga